mercoledì, 14-02-2018 11:17

Da to cure a to care: un percorso di reciprocità.


È iniziato sabato 10 febbraio, nella sala Michele, un percorso che ha come obiettivo il rimettere al centro della nostra cultura il “prendersi cura” dell’altro.

Promosso dall’Associazione-Consultorio la Famiglia, dall’Associazione Amici di Agostino e Angelamaria con l’adesione di Apito in compartecipazione con l’Ambito Territoriale e Sociale n. 6 e con i comuni che ne fanno parte (coordinati dal comune di Fano), il percorso è stato presentato dalla dottoressa Cristiana Santini, responsabile dell’èquipe del Consultorio la Famiglia. Si è subito messo in luce come curarsi di qualcuno, essendo un verbo riflessivo, si riflette anche su colui che cura, trasformando tutte le persone coinvolte in soggetti attivi. Il soggetto da curare, di cui prendersi cura è qualcuno che ha qualcosa da dirci: occorre dunque fare spazio nell’incontro alla narrazione della sofferenza per sentirsi ascoltati e quindi riconosciuti come persone.

Riccardo Borini, responsabile dell’Ambito Sociale e Territoriale 6, ha esteso il concetto di cura a tutte le dimensioni del vivere, sottolineando che “una città sicura è una città che si-cura”, quindi tutti i servizi non devono essere luoghi di cura, ma devono avere cura dei luoghi e quindi della persona.

Ha preso poi la parola Monia Andreani, ricercatrice di Filosofia politica e docente di Teorie di diritti umani dell’Università per Stranieri di Perugia, che si è trovata non a dialogare come era previsto con la dottoressa Mortari (non presente a causa di una improvvisa e importante influenza) ma a sostituirla nel presentare il suo libro sulla filosofia della cura.

Quanto è emerso dall’intervento della professoressa Andreani è che tutte queste parole per descrivere l’uomo sono correlate con un fatto positivo: non siamo soli! Siamo per costituzione aperti alla relazione e la cura si realizza proprio perché siamo condizionati ad agire nella realtà, siamo interdipendenti, in quanto esseri umani. Un’eco di quel «Non è bene che l’uomo sia solo” scritto nella Genesi. Nel bene la nostra vita è segnata dalla cura.

Emerge chiara davanti a questo tempo segnato dall’individualismo e dalla “colonizzazione dell’indifferenza” che sta a noi cittadini prenderci cura dell’altro. E così anche delle istituzioni: pungolarle se occorre affinché facciano del “bene pubblico” e mettano realmente il bene comune prima di tutto. In un clima dove si rischia di aver paura di chi ci sta vicino (femminicidi, pedofilia, immigrazione…) dobbiamo chiederci “Qual è il bene dell’altro?”. E questa ricerca sarà utile per la città e sarà un bene comune. In questo senso si comprende come non si può distinguere l’etica dalla politica.

Servono operatori entusiasti del loro lavoro, che non guardino solo l’orologio e nel colore della pelle dell’altro i metro del loro servizio. Davanti a un foglio e a una scheda da compilare, come davanti a un ragazzo o a un malato, in quell’attimo in cui si dona del “tempo autentico” all’altro, si realizza la cura.

Nel libro della Mortari se c’è una “misura esatta” nel relazionarci con l’altro, questa è data dal non sostituirsi all’altro. Talvolta mettersi in relazione ed aver cura di qualcuno può anche farci arrabbiare: proprio questo è “meraviglioso”. Quell’arrabbiatura, ha chiosato Monia Andreani, ci fa uscire dai nostri schemi, ci mette in gioco e ci fa crescere.

La relazione di cura ha a che fare con l’ordinarietà: occorre avere rispetto e fiducia dell’altro e nell’altro, occorre lasciare uno spazio, lo spazio della differenza in un tempo che è quello della conoscenza reciproca e dell’incontro.

La nostra capacità di gestire i conflitti diventa allora indice dell’essere o meno in grado di controllare la rabbia o la sofferenza di non poter aiutare chi ci sta davanti. La reciprocità e la relazione di ascolto dovranno sempre aiutarci a riconoscere che siamo in due e che quanto stiamo vivendo ci aiuterà a scovare e stanare le risorse, apprezzando anche le sconfitte.

Ancora una volta la relazione di cura ci fa scoprire che noi esseri umani abbiamo dei limiti ma contemporaneamente ci spinge a comprendere l’altro e comprenderlo significa far costruire, generare azioni, anche dal territorio e dalle persone che ci circondano.

Prendersi cura è avere una marcia in più, è un percorso di felicità.

Aspettiamo tutti al nostro prossimo passo che sarà a Pergola, presso la sala san Rocco, sabato 17 marzo, alle ore 15,30. Il dott Carlo Brunori, direttore dell’Hospice “Il Giardino del duca“ di Fossombrone, coordinatore Regionale della Società Italiana Cure Palliative, ci presenterà il libro«Oscar e la dama rosa» con il desiderio di condividere racconti su come offrire assistenza alle persone che non possono guarire. Ma hanno diritto a essere curate.