Biblioteca Federiciana

Tribuna seicentesca con organo rinnovato nel 1779 dal famoso Callido.
Sala dei Globi. Scaffalature in noce intagliate nel 1678-80 e coppia di globi realizzati da P. Vincenzo Coronelli nel 1682-92.
Bastione del Sangallo. Scorcio dello spigolo orientale

Sede  Via Castracane
E’ così denominata dal suo fondatore, l’abate Domenico Federici (1633-1720), che dopo un’intensa vita di diplomatico al servizio della corte di Vienna, di panegirista, poeta cesareo e bibliofilo, la costituì presso la sede fanese della congregazione dei Filippini: congregazione di cui entrò a far parte nel 1681 e alla quale lasciò la sua raccolta libraria con l’obbligo, dopo la sua morte, di tenerla aperta al pubblico per almeno un’ora al giorno.

L’edificio, in parte ricostruito e interamente ristrutturato, è stato quindi in passato la residenza dei suddetti Filippini, allontanati dopo l’unificazione italiana, quando la biblioteca fu ceduta al Comune che ha continuato a tenerla aperta al pubblico, incentivandone le raccolte e facendone una delle più importanti della regione.

Salendo l’elegante scala ottocentesca, si raggiunge al piano superiore l’originaria Sala dei Globi, fatta sistemare dal Federici nel 1678-80 e così denominata per la presenza di una coppia di globi (quello ‘terreste’ e quello ‘celeste’), realizzati nel 1689-92 dal celebre cosmografo veneziano P. Vincenzo Coronelli.

Alle pareti della sala sono tuttora addossate le belle scaffalature in noce, appositamente eseguite dal noto intagliatore bolognese Francesco Grimaldi: scaffalature che ancora custodiscono i volumi appartenuti all’abate Federici, tutti con pregevoli legature alla francese.

Nella sala è oggi custodita anche una preziosa carta da navigare, disegnata dal celebre cartografo genovese Visconte Maggiolo nel 1504: carta che raffigura tutte le terre fino ad allora conosciute ed esplorate (dalle Antille alle coste del Brasile, dalle coste dell’Africa a quelle della penisola Indiana).

Sulle pareti del cortile, dell’atrio e lungo la scala, sono invece murati numerosi fregi, architravi, peducci e stemmi in pietra provenienti dalle maggiori dimore patrizie fanesi.

La biblioteca è oggi dotata di oltre duecentomila opere a stampa di cui fa parte un cospicuo fondo antico costituito da incunaboli, alcune migliaia di cinquecentine (fra cui diverse edizioni sonciniane), atlanti e volumi rari dei secoli XVII e XVIII, anche in edizioni straniere.

Notevole pure il fondo manoscritti, comprendente alcuni codici del XV secolo (uno dei quali miniato) e svariate opere dei secoli successivi, oltre a lettere e autografi di personaggi illustri (da Leopardi al Pellico, da Verga a Capuana, da Garibaldi a D’Annunzio ad Eleonora Duse), nonché centinaia di copioni teatrali e composizioni musicali.

Da segnalare infine la ricca raccolta di disegni e stampe, la fototeca, l’emeroteca e l’archivio teatrale fanese.      

Usciti dalla biblioteca, una breve sosta può essere effettuata anche presso la sezione fanese dell’Archivio di Stato (l’ingresso è sulla destra del cortiletto della Federiciana, attraverso il grazioso portaletto barocco che dava un tempo accesso all’oratorio dei Filippini) dove sono conservati i preziosi codici malatestiani (1367-1463), una collezione di pergamene (1137-1807) e tutti i superstiti documenti ufficiali dell’antico Archivio Comunale, dell’archivio Comunale Moderno, dell’antico Archivio Notarile e di diversi altri archivi, pubblici e privati.

Proseguendo, si raggiunge la strada che percorre l‘antico camminamento delle antiche mura malatestiane e, deviando sulla destra, si raggiunge il piazzale della scomparsa Porta Marina.
Poco più avanti ha inizio il tratto scarpato delle mura pontificie che, affiancando il tracciato in discesa di via Cavallotti, va ad allacciarsi al poderoso Bastione del Sangallo, il grande baluardo angolare, così denominato perché progettato nel 1532 da Antonio da Sangallo per proteggere la costa e la città dai temuti sbarchi dei corsari saraceni e portato a termine da Luca da Sangallo nel 1552. Il grande stemma pontificio posto al sommo dello sperone reca l’arma di Papa Giulio III, mentre la scritta ricorda l’anno giubilare 1550. Tornati al largo della scomparsa porta Marina, si risale il primo tratto di via Garibaldi fino all’incrocio con via Nolfi.
Sulla sinistra è il seicentesco Palazzo Bracci, nato dall’accorpamento di più immobili di epoche diverse. Un’iscrizione ricorda che nel 1891 vi morì l’illustre glottologo Luigi Luciano Bonaparte, nipote di Napoleone I.

Volgendo a sinistra, si prende il tratto di via Nolfi che taglia rettilineo l’area della cosiddetta ‘addizione malatestiana’. Ai lati, perpendicolari all’asse stradale maggiore, si aprono le strette viuzze di uno dei quartieri destinati un tempo ai ceti più poveri, caratterizzato da basse casette a schiera che si rincorrono in un pittoresco scendere e salire dei tetti.

Sulla sinistra è la Chiesa di S. Marco (già commenda dell’Ordine Gerosolomitano) con facciata rimasta allo stato grezzo e interno di classica compostezza. Di origini medioevali, è stata interamente rifatta (compreso il grazioso campanile di Lauro Buonaguardia) nel secolo XVIII. L’altare ha una tela (Madonna con il Bambino e i Santi Marco, Giovanni Battista, Biagio e Antonio Abate) del fanese Bartolomeo Giangolini (sec. XVII). Altra tela più antica (Vergine in trono con il Bambino e i Santi Francesco, Vincenzo Ferreri, Caterina e Maria Maddalena) è attribuita a Giuliano Persciutti (sec. XVI).

Sotto il pavimento della retrostante sagrestia sono visibili i muri di fondazione di due antiche absidi medioevali appartenute alla chiesa primitiva. Proseguendo ancora lungo via Nolfi, si devia poco dopo a destra lungo via Apolloni, fino a raggiungere il piazzale alberato su cui prospetta il settecentesco Palazzo Marcolini (oggi sede dell’Istituto Statale d’Arte ‘A. Apolloni’), molto rimaneggiato nelle strutture interne dove sono custoditi alcuni gessi del noto scultore Adolfo Apolloni. Poco più avanti, oltre il piazzale, si apre il sagrato su cui prospetta la severa facciata della monumentale chiesa di S. Paterniano.